Da bambino ti raccontano tante storie prima di entrare a scuola, sopratutto se sei il secondo genito, come nel mio caso. Ti raccontano che i banchi sono delle culle o che sono dei lunghi tavoli pieni di mostri, ti raccontano di libri amici e di libri neri pieni di maledizioni, ti raccontano delle maestre e dei maestri, dei maghi, oppure degli stregoni. Tutto dipende da quello che vogliono farti credere, potresti credere di andare a scuola come se fosse il castello di un re o la grotta di un ciclope, ma alla fine il primo giorno è per tutti lo stesso. I primi anni pure, cominci a farti un’idea personale poi dopo 5 anni, e poi, a 16 anni, quando hai già un pò di barbetta incolta, i jeans sbottonati, lo zaino che pesa quanto un macigno, la testa piena di pensieri futuri, di utopie o di sogni irrealizzabili e sopratutto quando hai nelle mani la pagella del 5°gimnasio, fresco di promozione, ti raccontano del Liceo. Di raccontano degli anni più belli e più duri della tua vita, anni passati a litigare con i professori di mattina, sui libri di pomeriggio, con la sigaretta in bocca per il nervosismo di sera.
A me hanno raccontato anche altre cose, quando sono uscito con la mia bella (?) pagella in mano. La frase era sempre la stessa: Il prossimo anno con Barletta sono cazzi tuoi.
La frase a dir la verità era un pò irritante, sopratutto quando hai il cervello proiettato su una bella spiaggia a prendere il sole, a parlare di Calciomercato e a guardare le ragazze in Bikini. Eppure non poteva essere più azzeccata di così. Passi i giorni in spiaggia a guardare il mare e ti passa per la mente una cosa, magari solo per un attimo: Settembre, scuola, Barletta. Poi ti rigiri sulla tovaglia insabbiata, guardi il paesaggio, gli ombrelloni, gli scogli, pensi di andare a fare un bagno ma è inutile. Quelle tre parole ti rigirano per il cervello e poi, per qualche strano fenomeno fisico che prima o poi dovrò studiare, ti piombano sullo stomaco come una caponatina di peperoni non digerita (permettetemi la similitudine).
I mesi passano, arriva Settembre, il piombo sullo stomaco si è ormai ben stabilito, e dopo la felicità di rivedere i tuoi compagni di classe il cervello si sintonizza di nuovo su quelle 3 parole, ma questa volta solo una ti colpisce: Barletta. Ecco, il primo giorno di scuola del primo anno di liceo è quello che ti passa per la mente. Ma come sarà questo famoso professore Barletta? Arriverò al 6? Sarò alla sua altezza? Entri in classe, posi lo zaino, scambi l’ultima battutina con gli amici, poi la solita sentinella piazzata davanti alla porta entra in classe gridando “Professore!“, ti siedi e poi entra lui.
E’silenzio, è un silenzio di paura si, ma anche di rispetto. Si siede, fa l’appello, e ad ogni nome alza la testa verso il proprietario del cognome. Ordinaria amministrazione, direte, no, potrebbe sembrare ordinaria amministrazione, ma per lui anche fare l’appello era importante. Poi quando arriva alla fatidica Z, si alza e lì il tuo stomaco fa un salto, pronto a seguire la lezione, curioso, avido di sapere. La lezione comincia, e credetemi, non mi è mai capitato di essere trasportato in una lezione di un professore, visto che anche loro sono uomini, e quello apparentemente dovrebbe essere il loro lavoro. Ma per lui no, quella, e tutte le altre a seguire, non erano lezioni fatte per dovere amministrativo. Non erano lezioni fatte per mettere in fondo al registro l’argomento trattato, non erano neanche lezioni fatte per un 4 o un 8. Erano lezioni di vita, fatte con passione, tenute con autorevolezza e rispetto, farcite da qualche bella citazione che in fondo al post aggiungerò. E lui non era un professore, era il professore, ma sopratutto, ancor prima di essere quello, era una brava persona, che aveva solidi ideali, che credeva fortemente in quello che faceva, e che aveva fede in Dio.
Questa mattina, quando ho avuto la notizia della scomparsa del professore un felice Sabato, un finesettimana normalissimo, si è trasformato in un giorno particolare, per certi sensi speciale, di sicuro triste. Non conoscevo bene il professore Barletta, ho avuto il piacere di chiamarlo “professore” di persona per appena due mesi, ma mi senti di dire che mi dispiace, tanto, troppo, perchè una brava persona, un grande professore se n’è andato, lasciando fino all’ultimo momento della sua vita il segno. Una volta ci disse tra le tante cose belle, una in particolare che ricordo:
Siamo su un autobus, ed anche se il conducente prima o poi scenderà, voi dovrete continuare la vostra strada.
Ebbene professore, io la mia strada la continuerò, nel miglior modo possibile, ma non so se riuscirò a “condurre un autobus” così bene come ha fatto lei.
Addio prof.
Dovete essere aquile che volano e non polli con le ali.
La scuola è il tempio della cultura.
L’unità di misura dell’uomo è la cultura.
Bisogna essere cannae flectae et non fractae.
Prof. Barletta