E’difficile che anche un “non-tifoso” come me ieri sera non abbia provato delle emozioni autentiche. In realtà, proprio “non tifoso” io non ero. Provo una forte antipatia per il Manchester, per Sir Ferguson, per Cristiano Ronaldo sopratutto, ma questo è risaputo, e ieri tifavo il Chelsea del riccone Abrahmovic, nonostante non ami questi russi, americani ed arabi che vengono a fregarci le squadre per metterle in borsa, ma ammetta che senza soldi nel calcio di oggi non si va da nessuna parte.
La storia ha dunque fatto il suo corso, e dopo 50 anni dalla tragedia di Monaco, dopo 40 anni dalla prima Champions, dopo 9 anni dall’ultima, il Manchester torna sul trono d’Europa, di prepotenza, un re che però deve fare un grande, grandissimo inchino, ai soldatini del Chelsea, che sono partiti dal disastro del settimo posto in Premier, e che sono arrivati a contendere tutto al Manchester, fino all’ultimo respiro, grazie ad un grande che è Avram Grant.
La partita è cominciata bene per i Red Devils, che, come sempre, preferiscono appoggiarsi alle giocate dell’extra-terrestre Cristiano Ronaldo, e al gran lavoro del centrocampo e di Rooney e Tevez per provare a sfondare gli avversari subito. I Campioni d’Inghilterra ci riescono, con un gran bel colpo di testa di, indovinate un pò, Ronaldo, che arriva all’impressionante cifra di 42 gol stagionali. Colpa di Essien, che, poverino, non riesce a saltare (e manco ci prova) più in alto dell’ala Portoghese.
Il Manchester non è sazio, molto probabilmente Ferguson vuole colpire l’avversario ferito, metterlo in ginocchio e finirlo, per poi buttarsi in difesa, rispolverando il caro vecchio catenaccio. Questa tattica gliela nega Cech, per ben due volte, con due parate degne del miglior Gigi. Il Manchester dei colossi sembra rallentare, il 1°tempo sta per finire, ma è in questo momento, che come nelle migliori tragedie, rispunta il più debole e colpisce, per dare speranza. Il piede è quello di Lampard, oggetto dei desideri di Moratti (e chi non lo è?), che raccoglie una respinta fortunosa ed insacca, dedicando alla madre. Che bel momento, forse il migliore, di questa serata, un ragazzo distrutto dal un grande lutto, che è lì, a lottare per dedicarle un gol, un gran momento di sport e di vita.
E poi, e poi, è qui che paradossalmente comincia il bello, la partita riparte, le due squadre devono combattere, non c’è una che deve lottare per acciuffare un pareggio, o un’altra che deve difendersi, ci sono due squadre che devono vincere, e basta. Il Chelsea schiaccia il Manchester e colpisce una traversa clamorosa con l’unico fulmine del grande assente della serata, Drogba, e un’altra traversa con Lampard, ancora. Cristiano Ronaldo non si vede più, su lui c’è anche il piccolo ma forte Joe Cole, e come in ogni grande partita di calcio che si ricordi ci si mette anche l’arbitro, che fischia angoli sbagliati, non vede gomitate, esce pochi cartellini, non da un rigore limpido al Chelsea, e poi irrimediabilmente assiste ad una rissa (perchè è normale che si arrivi alla tensione in partite del genere) facendo il proprio lavoro a metà: fuori Drogba, Vidic graziato, viene punita la reazione, non la provocazione, ed anche questa è storia vecchia. Il Chelsea perde un potenziale rigorista, e quel rosso sventolato in faccia all’Ivoriano, oggetto del desiderio di Silvio (che sta ancora cercando Emerson in mezzo alla monnezza a Napoli), ci ricorda incredibilmente quel 9 Luglio 2006, quando il crudele cartellino tolse un rigorista, il rigorista alla Francia.
Ma una partita come questa non poteva finire così, con un pareggio. E così, s’è già fatta storia in 120 minuti, si deve far leggenda. Se vuoi entrare nella leggenda nel calcio, almeno una volta devi vincere ai rigori, e ai rigori vince il più fortunato, il più determinato, non più il più forte. Non vince chi merita di più, ma chi sbaglia di meno. Ed infatti il più forte, ha sbagliato (Cristiano Ronaldo), il più forte, ma forte di cuore, ha sbagliato (Terry), e poi il più debole, quello che in molti hanno definito “uno dei portieri più sopravvalutati del mondo”, ce l’ha fatta.
Si è conclusa così la partita che si contende, insieme ad Arsenal – Liverpool e Real Madrid – Roma, la palma di migliore partita dell’anno, sotto tutti i punti di vista, tattici ed emotivi.
Si è conclusa una partita, che aveva più sfide dentro di sè, la corsa di Ronaldo alla conquista del mondo, la voglia di Terry di alzare la coppa da capitano, l’ultima occasione di vecchie glorie come Scholes e Giggs di ripetere la vittoria del ‘99, l’ultima spiaggia di Grant di lasciare il segno nella storia da “perdente”, il coronamento di 22 anni d’oro di Ferguson, l’onore per la madre di Lampard, e ancora i sogni di un’Inghilterra che stravince con i club ma che non va agli Europei, e che si aggrappa ad un italiano per risalire sul tetto del mondo.
La finale ad Atene, in Grecia, si è giocata l’anno scorso, ma forse, sarebbe stata la polis greca, e non la fredda Mosca degli Zar, il giusto palcoscenico per la partita epica di ieri sera, degna di una delle migliori tragedie teatrali, piena di passioni, dolori, sconfitte, vittorie, lutti, gioie, ma sopratutto gloria.
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