Matteo Brighi: un ragazzo come noi.

28 11 2008
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TONINO CAGNUCCI

Paolo Rossi contro il Brasile non giocò così bene come stanotte Matteo Brighi contro il Cluj, e questo primo posto parziale è già molto più importante di quel Mondiale. Ma l’anno di riferimento non è l’82, piuttosto il 1984: niente Orwell, il muro è caduto anche da queste parti, però resta alto per ogni romanista quello del Trenta Maggio. Si parla di questo, si parlerà sempre di questo. Questa è la Coppa dei Campioni, l’anno che verrà potrebbe essere quello che non è mai passato. C’è magia per forza nell’aria in Transilvanìa: aglio, bandierine e paletti, la ragnatela del Barone, quella del Conte Vlad, Bela Lugosi, Siouxie and the banshees, Totti che spara ai vampiri la pallottola d’argento nello stesso secondo in cui un capitano del Liverpool segna ad Anfield. Chi era? Steve Gerrad o Graeme Sounnes? Let it be, lascia che il sogno sia questa notte che era iniziata come una specie di Underworld, lupi mannari contro i vampiri anche se la trasformazione era avvenuta già prima di partire: il modulo, lo spirito, persino il respiro. La giugulare di De Rossi non è stata azzannata, sono i lupi che lo fanno. Questa notte da – 9 (clima da laziali) in cui Zaninelli torna in porta (Segna Pruzzo Cinque Reti), è una notte di luna che cresce, un figlio che nasce (e tu lo vuoi). La Roma cresce, la luna cresce e tanto per sentirsi al sicuro Abramovich (visto che è secondo) se n’è già comprato un pezzo. Non chiediamo la luna, ma di continuare a guardare le stelle, si diceva da queste parti in tempi ben più cupi (so’ finiti: Forza Roma, forza Lupi). Intanto qualificarsi agli ottavi sarebbe un piccolo passo per la squadra ma un grande passo per la società.
Notte di Roma, notte da Roma. Dove la neve era quella di Tromsoe o Norimberga e non quella di Dresda o Praga. Dove il ghiaccio è stato rotto dal gol di un ragazzo che esulta come si faceva una volta quando il calcio era soprattutto pallone e quindi lui (altro che Paolo Rossi) resta un ragazzo come noi. E il Grande Freddo non è un film che ci racconta di antiche illusioni, ma di sogni. Di Coppe e di Campioni.

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Li passeracci sò usignoli

27 11 2008

Il Capitano e Danielino festeggiano il 2 a 0

Il Capitano e Danielino festeggiano il 2 a 0

Da Roma a Lecce ci sono circa 600 km. Da Lecce a Cluj di chilometri ce ne sono quasi 2300. Dall’inzuccata di Baptista, il “brodino“, del derby sono passati 11 giorni. Ma io vorrei sentire ancora i criticoni, i signori che si siedono attorno alle scrivanie negli studi televisivi. Vorrei chiedere a questi signorini: ma dove siete, o meglio, come si dice a Roma: dove state?

Dove state, maledetti uccellacci del malaugurio. Vi sarebbe piaciuta una “stagione di transizione”, una stagione di normalità, con le ritrovate tre sorelle sopra tutti, e il vuoto. Avreste voluto vedere forse Spalletti esonerato, un altro triplice cambio di allenatori, poi a fine anno la diaspora di tutti i nostri gioielli, di tutti i nostri gladiatori. Vi siete divertiti a parlare, parlare, parlare sulla crisi irreversibile della Roma, ma ieri, quando Spalletti era in collegamento, tutti a testa bassa e nessuna domanda.

E allora mi chiedo, ma dove state? Corvacci di merda, buoni solo per parlare di Aquilani alla Juve, De Rossi al Real, Totti ritirato, Mexes al Milan…fatevi vedere adesso che il Capitano in 4 partite ha fatto 2 assist e 3 gol, date un cenno di esistenza, finitela di arrampicarvi sugli specchi, anzi: spaccateli, entrate dalla porta, insomma fate qualcosa. Non vi vergognate a farvi vedere ancora lì, con i vostri foglietti pieni di appunti, a prender soldi, a dir stronzate? E poi…

Ma certo, ho capito. Ho capito dove state, maledetti passeracci. Siete diventati usignoli, improvvisamente, come Doctor Jekyll e Mister Hyde. Scommetto che Domenica sarete, di nuovo, attorno alle vostre scrivanie, a cinguettare: “E quanto è bello il gioco della Roma” – “E quanto è bravo Spalletti” – “E quanto è bravo Totti” – “E quanto è importante De Rossi“…

Io intanto sorrido guardando la faccia allegra da antidivo di Matteo Brighi che festeggia la sua prima doppietta in Champions, e penso che in fondo tutto questo rientra nella normalità. Son tornati gli schiaffetti in faccia, gli abbracci, gli scherzi, le cene insieme, i ragazzi sono tornati, ma per noi, che viviamo di pane e Roma, è come se non se ne fossero mai andati, perchè li abbiamo sempre sostenuti e in cuor nostro, abbiamo sempre saputo che i nostri ragazzi non ci avrebbero deluso più.

Con la Roma in fondo al cuore, contro tutto e tutti.





Il brodino

19 11 2008
L'abbraccio a Baptista dopo l'apoteosi.

L'abbraccio dopo l'apoteosi.

Solo oggi, mercoledì, scrivo questo pezzo post-derby, per motivi di tempo, ma anche perchè ultimamente non sto passando un periodo tranquillo e di conseguenza non scrivo benissimo. Per carità nel cuore c’è sempre la Roma, ma ogni tanto è difficile ricomporre il puzzle.

Il derby è stato la partita più emozionante che ho visto da Agosto ad oggi. Vuoi perchè è il derby, vuoi perché l’unico risultato concepibile era la vittoria (avrei preferito perdere piuttosto che pareggiare), vuoi perchè non è possibile, non è regolare, vedere la Lazio così in alto, la Roma così in basso. Bisognava dimostrare ai laziali che quei 14 punti di distacco erano solo farfanterie, che alla fine, gli unici che contano siamo noi.

In realtà la partita è stata anche brutta, priva di continuità, e continuo a pensare a distanza di quasi 4 giorni, che se il Capitano non avesse confezionato quel gioiellino per la testa di Baptista, adesso staremmo ad imprecare per un pareggio inutile. Per fortuna però quella troia della Dea bendata (lasciatemelo dire) si è ricordata per una volta che esistiamo pure noi. La Lazio, in tutta sincerità, avrebbe meritato il pareggio, però quando gente come Pandev e Rocchi non riesce a mettere la palla in rete a porta quasi aperta, allora vuol dire che quella troia, lo ripeto, si è ricordata di noi, e anche che un certo Alexander Marangon Doni ha finalmente fatto qualche parata che ci facesse ricordare il Doni dei vecchi tempi.

Al resto hanno pensato il cuore e i muscoli dei nostri calciatori. Li avevo invocati dopo Bologna, sopratutto il cuore, l’amore per la maglia, il non voler mollare mai. Evidentemente i ragazzi si sono ricordati per quale squadra giocano e cosa vuol dire indossare quella maglia rosso sangue. Vedere Danielino giocare con un polso rotto, il Capitano claudicante, lottare per ogni palla e prendere falli pesanti (vero Ledesma?) mi ha rincuorato. Peccato per il solito grande vizio di fare diventare le cose più facili difficili. Così una semplice palla del portiere diventa un assist per Zarate, che per poco non si insaccava. Sempre i soliti vecchi vizi, come il vizio di non marcare mai ad uomo. L’unico giocatore decente che avevano in squadra i laziali era proprio Zarate (una rivelazione, complimenti a Lotito), in pratica per tutto il secondo tempo, e per buona parte del primo, lo schema era “Date la palla a Zarate, qualcosa la inventa sicuramente”. Ebbene non c’era uno, ma dico uno della squadra, che si sacrificasse e stesse addosso a lui. Poi ci stupiamo se a segnarci sono sempre i soliti (Ibra, Del Piero, Kakà…).

Al di là delle cose negative, che sono molte, di questo derby conserverò quel gol, splendido, di Baptista, che improvvisamente zittisce tutti i criticoni del mercato, e che fa saltare l’Olimpico. Julio era quello che ci voleva per questa Roma, si può fermare solo facendo fallo, si guadagnano punizioni importanti, magari anche rigori (come quello di Siena, non visto). Da fisicità ad una squadra piena di gente brava con il piede alla palla, ma facilmente marcabile in area di rigore. Peccato che Menez non abbia insaccato il 2 a 0, magari il Capitano lì avrebbe fatto il Cucchiaio, mettendo a sedere Carrizo e zittendo tutti i laziali.

Ed invece i lazialotti parlano, parlano e parlano. In questi giorni ho letto cose assurde, ma ci sono sempre stato abituato. La cosa che mi ha dato più fastidio è stato il post-partita, sia in Mediaset che in Rai.

Dai commenti e dai silenzi, sembrava che fosse un lutto la vittoria della Roma. I commenti dei vari giornalisti sembravano necrologi degni di una finale di Coppa del Mondo persa. Non c’è stato nulla di imparziale nel post-derby delle TV in chiaro. Il commento che più mi ha colpito è stato quello di Marco Pistocchi su Mediaset Premium. Il giornalista, che tra l’altro mi sembra uno dei pochi lì che sappia parlare di calcio, ha descritto la vittoria della Roma sulla Lazio come “il brodino caldo che si da all’ammalato”.

La metafora mi ha fatto ridere, perchè ho pensato agli altri due derby di questa stagione: Milan 1 – Inter 0, Juve 1 – Torino 0. Eppure dopo queste due partite si parlava di cenone, mica di brodino. Personalmente se la partita di Domenica è stata un brodino, allora è stata la migliore cena della mia vita. Con buona pace del caro Pistocchi, abbiamo vinto noi, è inutile che rosicate, abbiamo vinto noi.





Ogni maledetta domenica

15 11 2008





Fuori di testa, dov’è il cuore?

10 11 2008

TONINO CAGNUCCI

Falcao diceva: «Le partite si vincono con la testa». Anche per questo la teneva sempre alta quando avanzava. Cicinho guardava per terra mentre cadeva all’indietro, segnava alla Roma e, con la testa, buttava via una partita già vinta. Cicero pro domo loro. Ma mica è solo colpa sua quest’altra delusione romanista di stagione, questo pareggetto meschino. Le partite si vincono con la testa perché si devono giocare fino all’ultimo secondo, possibilmente oltre, continuando a praticare atteggiamenti giusti in allenamento, anzi pure fuori. Sempre. Non si può prendere un gol alla Pruzzo da Cicinho all’ultimo minuto dopo che il Bologna, dall’ingresso di Artur, non aveva fatto un tiro in porta; e non si può accettare a cuor leggero un’ammonizione da un giocatore fondamentale, Pizarro, che è diffidato, a una settimana e a un minuto dal derby. In pochi secondi s’è rovinato tutto. Un colpo di testa. Continuiamo così, facciamoci del male… Ed è un peccato perché dopo il Chelsea non c’era un romanista che non pensava di non aver già vinto al Dall’Ara, non solo al 90’, ma prima che s’iniziasse. Troppo bella quella notte blu contro i blu all’Olimpico. Ma noi non abbiamo continuato così, ci siamo fatti del male. Ed è un peccato perché Spalletti la formula giusta sembra averla (ri)trovata: Riise in tribuna, Loria in panchina insieme a Menez e a Baptista; ad Artur quando è entrato sudavano i guanti: è senza la campagna acquisti, è con la vecchia Roma che si è battuto il Chelsea e si stava vincendo a Bologna. È con la vecchissima Roma, quella eterna: Francesco Totti. Ieri faceva 400 partite con la stessa maglia in A, la prima l’ha giocata 15 anni fa quando Obama ne compiva 32: l’età sua ieri. Ora, se il Capitano fa in tempo ad andare alla Casa Bianca, c’è una cosa più urgente: il derby, domenica prossima. Certe partite si vincono con la testa, ma una soprattutto col cuore. Qui non ci stanno scuse, quello non lo perdi: o ce l’hai, o domenica ce lo devi avere. «Testa e cuore», c’è qualcosa da non dimenticare.

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Vecchia Roma, vecchi vizi.

9 11 2008
Lo sciagurato autogol di Cicinho.
Lo sciagurato autogol di Cicinho.

Martedì abbiamo celebrato l’impresa della Roma, una Roma nuova, che in realtà era la vecchia Roma, senza nuovi acquisti, con tanti gladiatori che si battono e si sbattono da anni, e che ha lo stesso cuore, lo stesso carattere di quella che abbiamo amato sempre. Ieri sera è tornato anche un vecchio aspetto della “Vecchia Roma“, ossia quello di essere piccola con le piccole, grande con le grandi. Effettivamente è paradossale vedere come lo stesso 11 che aveva annichilito l’Europa intera, battendo la squadra più in forma del momento (approposito, oggi il Chelsea ha liquidato anche i Rovers con un 2 a 0 tondo tondo), trovi problemi prima a segnare, poi a mantenere il vantaggio contro una squadra in piena crisi, che ha cambiato da poco l’allenatore.

E vabbè, sono i paradossi della Roma, noi romanisti li conosciamo bene, ci siamo abituati. Vinci con il Real al Bernabeu, pareggi con il Livorno, vinci con il Milan campione del mondo a San Siro, stenti a pareggiare ad Empoli. In realtà c’è poco da rimproverare ai ragazzi, il Bologna ha giocato per 76 minuti con 1 portiere, 9 difensori, un attaccante, ed di contropiede. Risultato: per la Roma è stato difficilissimo tentare il tiro da fuori, figuriamoci entrare in area.

E’ in questi momenti che entra in gioco il fuoriclasse, il colpo dell’ uomo in più, del Capitano, che tanto c’è mancato, per il suo peso, per il suo nome che fa paura un pò a tutti, per i suoi passaggi illuminanti, e per le magie come quella di ieri sera. Una finta di corpo ed un destro, potente e preciso che passa sotto le gambe del nostro amico Antonioli, indimenticabile portiere dello Scudetto. Alzi la mano chi, dopo il gol di Totti, ha pensato di non vincere la partita a Bologna.

La Roma dopo l’1 a 0 si galvanizza, ma il Bologna deve necessariamente attaccare. Mihajlovic inserisce un altro dei tanti ex della partita (Marazzina) e punta tutto sulla buona sorte. Alzi la mano chi, al 90′, ha pensato di non vincere la partita a Bologna.

Poi, una successione di eventi sfortunati. Ammonizione-condanna per Pizarro (e non so se ci stava tutta) ed il tuffo d’angelo, splendido, perfetto, di Cicinho. Se, peccato che abbia sbagliato porta. Si tagli la mano chi, a fine partita, ha pensato di non vincere la partita a Bologna.

Su Cicinho, De Cicinho, ci sarebbe da fare un trattato sul nostro terzino destro. Io riassumo tutto in una semplice proposizione: inutile in difesa, evanescente in attacco. Interpretatela come volete, io dico solo: ridatemi Cassetti.

Nel frattempo riguardo il gol di Zarate di pomeriggio, ed i suoi due assist. Alzi la mano chi, non ha paura di uno così.

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Bologna

8 11 2008

Il logo del Bologna

Il logo del Bologna

Tanto, se non tutto, dipende da Sinisa Mihajlo­vic. Forse solo stavolta, forse solo con la Ro­ma, ma se il Bologna si è svegliato, se ha preso coscienza dei suoi limiti (e delle sue virtù, sep­pur poche), se ha capito come deve lottare per salvarsi, cominceremo a capirlo oggi al Dal­l’Ara. Dove capiremo anche se al debuttante Mihajlovic (ecco la ragione della sua importan­za) sono bastati questi pochi giorni di lavoro nella testa del Bologna per dare forza, vigore e coraggio a una squadra depressa.
I 5 gol di Cagliari, l’esonero preannunciato e poi consumato di Arrigoni, l’arrivo di un giova­ne allenatore serbo, in quattro giorni è cambia­to il mondo intorno al Bologna. Prima era una squadra di una fragilità preoccupante e va det­to che Arrigoni se n’era accorto presto, addirut­tura nel giorno più bello (uno dei pochi) di que­sta stagione, vale a dire subito dopo il clamoro­so successo di San Siro contro il Milan di Ronal­dinho.
Da quel momento, i rossoblù non hanno più smesso di perdere fino alla partita con la Lazio. Quella domenica, la risposta dei nervi aveva prodotto una gara irripetibile: la Lazio non c’era, il Bologna era ovunque. Ma i nervi reggo- no una volta, poi dopo servono il gioco, la forza, l’equilibrio e soprattutto il carattere. Non aven­do niente (o quasi niente) di tutto questo, è ar­rivata la disfatta di Cagliari.
Sinisa era uno di quei giocatori che in campo sapevano farsi rispettare e a Roma, più che al­trove, lo sanno bene. Ci vorrebbe, nel Bologna, un giocatore come lui, uno che in un momento del genere prendesse in mano la squadra, per rassicurarla e trascinarla verso una zona più tranquilla. E invece le assenze di Volpi, Amoro­so e Lavecchia non sono un bel modo per co­minciare. Il Bologna ha una qualità media piut­tosto bassa, evidenziata in una difesa che dà po­che garanzie. Ha preso 19 gol, solo la Reggina è andata così male. E’ il reparto in cui Mihajlo­vic dovrà lavorare di più, cominciando a proteg­gerla con un centrocampo più muscolare, che faccia filtro, che eviti a Terzi l’uno contro uno. E poi dovrà puntare molto su Di Vaio. Cinque gol degli otto segnati dai rossoblù portano la sua firma. E’ un cannoniere ritrovato, l’unica vera speranza del Bologna. Il resto verrà a gennaio, quando la squadra dovrà essere in ogni modo rafforzata. I problemi nascono in buona parte da un’errata valutazione degli acquisti della scorsa estate. Acquisti che a gennaio andranno mirati bene e centrati.





Alzati e cammina

5 11 2008
Il mucchio dopo il 3 a 0.

Il mucchio dopo il 3 a 0.

Ci sono sere che sogni fin da quando sei bambino, che da grande rimpiangi, che da vecchio racconti ai tuoi nipotini, dove la storia cambia, tutto si ribalta, dove il buono batte il cattivo, Davide batte Golia, il povero batte il ricco. Sere che quando guardi il mondo, il giorno dopo, dimentichi tutto e ti senti Re.

Io credo di non aver mai vissuto una serata come quella di ieri, neanche al Bernabeu a Marzo. Il periodo che stiamo attraversando è difficilissimo, le speranze erano pochissime, in più metteteci pure che ieri per me è stata una giornata di merda. Fino alle 20,45, quando ho visto i ragazzi entrare in campo, con la maglia rosso sangue, contro i vice-campioni d’Europa e d’Inghilterra, i favoriti per la vittoria della Champions League. E’ in quel momento che cancelli dalla mente tutto quello di brutto che t’è accaduto, e ti senti una “persona nuova“, come dice il nostro immenso Antonello Venditti.

Era la notte della riscossa, dopo tante partite perse, alcune anche immeritatamente, alcune in maniera scandalosa, altre in maniera clamorosa. Il Chelsea era l’avversario peggiore, una squadra così forte, così consapevole dei propri mezzi, che nel pomeriggio aveva già prenotato l’albergo Cavalieri Hilton per il 27 Maggio (giorno della Finale, a Roma, non scherzo). Alla fine si è capovolto tutto, Brighi ha surclassato gente come Deco e Lampard a centrocampo, Vucinic ha umiliato la difesa altisonante dei Blues, il Capitano convalescente, è stato determinante nel secondo gol, ma anche in tantissime situazioni di contropiede,e di possesso palla, Danielino, manco a dirlo, è stato il solito grande gladiatore che non molla mai, dimostrando ancora di meritare il paragone fatto da Lippi con Gerrard e lo stesso Lampard. La difesa non ha fatto entrare più di una volta il Chelsea dentro l’area, Mexes e Panucci sontuosi, persino Cicinho e Perrotta si sono ripresi.

Scolari, venendo a Roma, pensava di camminare sulle macerie lasciate da Juve, Inter, Udinese ecc. ecc., è finito per cadere in pasto ai leoni, meglio, i lupi di Roma. Ma al di fuori di tutto questo, delle tattiche, delle pagelle, delle interviste, la Roma di ieri è la Roma che tutti volevamo ma che nessuno si aspettava, una squadra caparbia, dura, che si difende benissimo, che quando attacca è devastante, divertente, esaltante.

Ovviamente di tattica parlerò dopo, a mente fresca, attualmente non riesco ad analizzare bene la partita, ho solo tante immagini sparse, ma su tutte una: Luciano Spalletti che ride e corre verso i suoi ragazzi, e si butta anche lui nel mucchio, ad abbracciarli tutti, a prenderli a schiaffi in testa, come i vecchi tempi. Il coast-to-coast di Mirko Vucinic che porta la Roma sul 3 a 0 è l’emblema del momento del montenegrino, tanta sofferenza, tanta rabbia, per poi arrivare all’apoteosi, un gol da favola, che entra di diritto nella storia della Champions League, che riporta il Chelsea dei milionari sulla terra, che fa ripiombare la Roma sulle prime pagine dei quotidiani sportivi inglesi, con elogi e complimenti che si sprecano.

E…cosa c’è da dire, una soddisfazione immensa, immensa, dopo tanta sofferenza. La strada è ancora lunga, Sabato a Bologna non sarà così facile, anche perchè i bolognesi hanno in panchina un ex-laziale ed interista che noi conosciamo bene: Sinisa Mihajlovic. E poi domenica prossima, 16 Novembre, di nuovo lo Stadio Olimpico, per il Derby: quella sarà la prova del nove. Nel frattempo riguardiamo le immagini di ieri sera, conserviamole nella mente e nel cuore, perchè questa notte sarà per sempre nostra.

(Il video e le foto)





Come la notte che segue il giorno.

2 11 2008
l'emblema di questa ennesima sconfitta.

Spalletti si abbandona sulla panchina: l'emblema di questa ennesima sconfitta.

Credo che ieri, piuttosto che vedere la partita, avrei potuto prendere il DVD di una partita a caso giocata 1 mese fa…che so, Genoa – Roma, o Palermo – Roma, e rivederla. L’andamento del match è sempre quello: primi 10 minuti di grande Roma, qualche bella azione mai conclusa con un tiro in porta, poi gol degli avversari su distrazione o errore di un singolo, e da lì in poi una lenta, lentissima agonia, che massacra. Ormai credo che la differenza fra tifosi della Roma che guardano una partita della “Magica” ed i monaci dell’Opus Dei che si infliggono dolore con il cilicio sia davvero pochissima.

Con la Juventus, a Torino, di perdere potrebbe anche starci…figuriamoci, l’ultima vittoria risale a 7 anni fa (Batistuta ed Assuncao) quando avevamo lo scudetto cucito nella maglia, infatti non è tanto la sconfitta che mi rende apatico, ma è l’atteggiamento dei giocatori in campo. Non hanno più carattere, voglia, cattiveria, ma sopratutto, non ci mettono orgoglio, il che è una cosa fondamentale per il carattere maschile, ma non solo nel calcio, nella vita. Ieri sera vedevo De Rossi e Panucci sbattersi a destra e a sinistra, battere le mani, gridare come forsennati, litigare con arbitro, guardalinee, quarto uomo (nonostante quest’ultimi ieri si fossero comportati davvero egregiamente) mentre gli altri 17, in campo e in panchina erano totalmente fuori dal mondo, mentalmente ed in parte fisicamente, erano degli ectoplasmi. Taddei, Perrotta, Vucinic, Pizarro, Mexes….tutta gente che i 3 anni ha costruito la nostra fortuna, formando un gruppo non di calciatori, ma di amici, adesso va in campo non tanto per vincere, per togliersi una soddisfazione, per continuare a stupire: no. Loro credono di aver già dato il massimo, scendono in campo per cercare di farci stare zitti, di non farci lamentare, di darci il contentino, e al loro comportamento poi si aggiunge la tipica intervista di Spalletti, che assolve totalmente i suoi giocatori, e da la colpa una volta agli “episodi sfavorevoli“, un’altra alle “situazioni che ci hanno creato impossibilità di gioco“, un’altra ancora a “situazioni difficile che non era prevista“, ed ancora alla “mancanza di tranquillità e serenità“. Credetemi, queste sono tutte frasi che non copio, ma che conosco a memoria, è ormai un rito, come il Natale, come la notte che segue il giorno, ogni volta mi aspetto qualcosa di diverso, che magari si facessero nomi e cognomi, si mandassero a fare in culo le figure retoriche, le citazioni e i fronzoli e si andasse al sodo: voglio la verità su questa situazione, sull’infortunio di Totti, sull’assenteismo in campo di Vucinic, sulle continue condizioni precarie di Doni, sugli errori della difesa, sull’acquisto di Riise e Loria.

La squadra della Roma in campo prende le sembianze dei soliloqui del suo allenatore. Tanti tacchi, finte, cambi di gioco, passaggi filtranti, sovrapposizioni, ma poi, quando si tratta di mettere la palla dentro la rete, di arrivare quindi allo scopo principale di questo gioco, si confonde e sbaglia. La Roma è diventata un film, una pellicola che ti prende in giro con la presenza di attori con nomi altisonanti, ma che poi, in sostanza, è un film di basso livello, che potrebbe essere superato anche da un cortometraggio amatoriale.

Allora, dicendola alla Spalletti (visto che anche io, modestamente, me la cavo con la retorica), in queste determinate situazioni nelle quali ci troviamo senza alcuna previsione, in momenti difficili che in un certo senso penalizzano la squadra, e quindi, di conseguenza l’ambiente ne risente e si surriscalda…BISOGNA USCIRE LE PALLE.

Finisco e mi dissocio dai tifosi che questa mattina e stanotte sono andati a Trigoria a contestare in maniera molto dura società e squadra, va bene contestare, ma arrivare a questi livelli è davvero da esasperati. Spalletti e la squadra hanno bisogno anche di sostegno, non solo di critiche, critiche e critiche. Voi avete letto quante cose non mi garbano di questa Roma, ma è la mia squadra, è l’unica squadra per cui tifiamo, alla quale ci aggrappiamo ogni Domenica ed ogni Martedì, non è giusto comportarsi così, quando sappiamo benissimo che con una vittoria tutto cambierebbe e i giocatori, che adesso vengono chiamati mercenari, diventerebbo eroi.

Fatto sta che non assolvo il comportamento passivo di Spalletti, e della squadra. Quando saltano tattica e tecnica devono subentrare cuore, orgoglio e coglioni, punto e basta. Ieri sera gente come Nedved, Marchionni, Grygera, ancora all’80° correvano sulla fascia senza freni, Amauri è stato sostituito sul 2 a 0 e si è incazzato, pur sapendo che Martedì sarà titolare al Bernabeu. Ecco, è questo un atteggiamento da imitare: non mollare mai, mai, mai e tenere la testa sempre alta, di fronte ad ogni difficoltà.

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