
La notte più emozionante della stagione è passata, e lascia con se tanta amarezza, tante ferite aperte, tanto orgoglio, tanto senso di appartenenza e tanta delusione, per un sogno che svanisce e che molto probabilmente non potremo mai più realizzare.
Ho trovato la forza di scrivere qualcosa sulla partita di Mercoledì solo ora, a due giorni di distanza, ma in realtà credo che porterò impressa nella mia mente quella notte per tutta la mia esistenza, tanto che non sto neanche minimamente pensando al match di Marassi di Domenica. Negli occhi c’è ancora quel rigore di Vucinic tirato in maniera inspiegabile, e poi il rigore finale di Max Tonetto. Lo si leggeva già negli occhi che avrebbe sbagliato Max, avrebbe potuto tirarlo altre 4, o 5 volte, ma alla fine tutti noi romanisti sapevamo che fine avrebbe fatto quella partita maledetta, giocata con una squadra infortunata, finita con una squadra ancora più infortunata.
La Roma ha giocato una partita al di sopra di ogni aspettativa, ogni giocatore, dal più in forma al più malato, ha dato il suo contributo al 100%, correndo per 120 minuti contro una squadra più giovane, più in forma e molto più atletica di quella nostra. E’ stato commovente vedere Pizarro e Totti conciati malissimo, giocare e lottare su ogni pallone, più con il cuore che con le gambe. E’ stato belissimo vedere segnare Juan, che s’era appena appena aggiunto alla lunghissima lista infortuni, la sua corsa con passo felpato (perchè non riusciva manco a correre…) sotto la Curva Sud è l’emblema di questa serata sfortunata, maledetta. E’ stato bello emozionarsi ancora per questa squadra, che è scesa con il coltello fra i denti in campo, come avevamo chiesto tutti, e io sono ancora orgoglioso di tenere a questi colori, di gridare al mondo che sono romanista e ne vado fiero…
…però non possiamo nascondere la nostra incredibile amarezza per aver perso tutto quello che ci rimaneva di questa annata disastrosa. Il sogno della finale dell’Olimpico ci ha accompagnati fin da quando abbiamo alzato in Maggio la Coppa Italia. In testa tutti avevamo quella finale, da giocare a Roma, per prenderci una rivincita lunga 23 anni. Vedere svanire tutto così, per un rigore tirato maldestramente, è una “coltellata”, come l’ha definita il Capitano. Una coltellata che lascerà una ferita per sempre.
Le lacrime del nostro gladiatore a fine partita, nascoste dalla maglia, sono un’altra immagine triste che si aggiunge alle tante immagini tristi della nostra storia. Il nostro simbolo non è riuscito a trattenere il pianto, per una finale che lui più di tutti sognava. Lui che è nato e morirà con questa maglia nel cuore ha dimostrato che anche con una gamba sola si può lottare e si può sognare di andare avanti. Stoico e storico, un’ emblema, un esempio per tutti noi, ma anche un uomo che nel momento peggiore versa lacrime. Dino Viola una volta disse che “La Roma non ha mai pianto e mai piangerà: perché piange il debole, i forti non piangono mai“, mi dispiace ma non mi trovo d’accordo con il grande presidente. Mercoledì ogni giocatore della Roma, da Riise, migliore in campo in una posizione che non era manco la sua, a Baptista, che ha nella coscienza questa sconfitta per quel gol sciaguratamente divorato nel secondo tempo, avrebbe avuto un buon motivo per piangere.
Perchè il nostro sogno è svanito via, se l’è portato via una fredda notte di Marzo, ma il nostro amore per questa squadra non finirà mai, e non ci verrà tolto per quei maledetti 11 metri, ne per quelle maglie gialle che festeggiano proprio nel nostro tempio, per una vittoria che in realtà non meritavano. Ognuno di noi dovrà conservare in mente un solo momento di questo 11 Marzo 2009: una squadra, 22 gladiatori, che vanno sotto la Curva Sud, in lacrime, a prendere i giusti applausi, perchè li hanno meritati tutti.
Grazie ragazzi, sono e sarò per sempre ORGOGLIOSO di voi.




