Rosella dica…Trentatrè

26 09 2009

tottiDica trentatré. Ma del malato glielo danno da almeno tre anni. Dica trentatré. Ma quello che ha sentito sulla schiena quando un amico gli ha riferito l’accaduto è stato più di un colpetto. All’occhio, invece, l’effetto della maglia ritirata dalla curva a Totti è stato qualcosa come uno scarabocchio sul Colosseo. Perché non può essere un baffo sulla Gioconda, dadaismo o pop-art, non può essere nemmeno genuina pura irriverenza ultrà. Totti non ha mai chiamato «pezzenti» i tifosi della Roma come ha fatto Paolo Maldini (visto che pare il precedente affine, oltre che quello più recente), non ha mai lontanamente pensato di farlo, tantomeno adesso per quello che è successo: se ci sta male è proprio perché quel pezzetto di curva non riesce a conquistarlo del tutto. Non essendo ruffiano, ma timido, il compito è ancora più difficile, i suoi modi sono più sul versante Falçao (bilancino come lui) che su quelli dell’incendio di De Rossi. Tutto questo c’entra ancora poco. Totti quando è andato in curva ha preso il megafono e alla curva ha detto “ti amo”, anche se dal muretto di un gruppo che non c’è più (forse questo c’entra qualcosina di più viste le dinamiche di curva, ma veramente poco di più). Per quello che ha fatto, per quello che rappresenta Totti è persino un argomento noioso: apodittico, insindacabile, aradigmatico, difficile da spiegare come il razzismo a mia figlia di Ben Jelloun. Lui c’è, come Dio sui cartelloni dell’autostrada, poi il paradiso può anche attendere veramente. Non è stata nemmeno la prima volta: c’era stata la bottiglietta nelle nebbie di Siena in un pomeriggiaccio, c’era stato il derby perso 3-1 quando Di Canio non solo segnò ma fece lo show: sui muri di Trigoria in quella settimana comparvero scritte tipo “Cassano unico ultrà” perché Totti, il je accuse questo era, non era intervenuto direttamente. Lo fece Dellas al posto suo, perché era come le olive e i colori della Lazio: greco. Ieri Cassano ha detto quello che ha detto, domenica Di Canio per Mediaset ha fatto i complimenti alla Roma. Totti è talmente tanto di più che non c’è paragone: non è quella maglia ritirata, ma quella della Roma indossata in ogni parte del pianeta. Totti è i bambini che dicono “Totti” pure se non capiscono ancora niente di pallone. E’ il chiacchiericcio di Roma. Totti è talmente tanto di più di queste polemiche che non c’è spiegazione, a parte una. Chiamarlo persino simbolo è anche riduttivo, ma stavolta proprio questo gesto – e le coincidenze spazio- temporali – possono aiutare a dare una nuova definizione: l’agnello sacrificale. Totti quest’estate s’è messo a difesa della AS Roma perché non poteva non farlo, perché è un uomo e la gratitudine per 17 anni di stipendi è un sentimento appena doveroso, perché la “deontologia” del ruolo glielo impone. Il problema non è il suo grazie alla proprietà – mal digerito da molti esponenti dei gruppi organizzati subito, non solo domenica passata – il problema è la proprietà che ancora deve fargli firmare un contratto annunciato ai tempi di Sandokan. In tutta questa vicenda Rosella Sensi non ha detto niente, eppure quest’estate nell’affaire Fioranelli in un quarto d’ora è stata spedita, recapitata e pubblicata sulle agenzie di casa la lettera che lo chiamava in causa come il suo ultimo baluardo, il suo scudo spaziale. Totti alla Roma è tutto. Il problema è anche questo. Se in cinque stagioni Spalletti ha potuto avere l’unico giocatore indicato da lui è stato perché il capitano ha preso il telefono e ha convinto Pizarro a venire. E allora il paradosso regge: questo sgarbo antistorico diventa la metafora per dire “Francesco lascia perdere la dirigenza, rimettiti la tua maglia”. Soltanto che questo fa gioco proprio alla Sensi che più dello stadio (martedì sapremo, martedì c’era telefono giallo) ha già “utilizzato” il suo capitano per difendere la sua posizione. Eccolo l’agnello sacrificale. Domani compie trentatrè anni, ma l’impressione di fare i miracoli l’ha data da tempo: è la Roma che deve risorgere.

Tonino Cagnucci © Il Romanista





La strada di Lazzaro

26 09 2009

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Mi dispiace di non aver scritto nulla riguardo la partita con la Fiorentina e quella con il Palermo. Ho avuto pochissimo tempo e poca ispirazione. Comunque questa nuova Roma mi piace, sono andato a Palermo a vedere la partita e mi sono emozionato tantissimo quando il Capitano ha pareggiato. Con la Fiorentina abbiamo giocato la miglior partita della stagione. Credo che Ranieri stia dimostrando di essere un grande allenatore, sia dando delle motivazioni ai giocatori, sia non avendo paura di fare scelte che con Spalletti sembravano proibitive (Mexes in panchina è un esempio).

Domani si va a giocare a Catania, l’ambiente sarà sempre quello, ma spero che i nostri strappino 3 punti ad una squadra che è meno forte dell’anno scorso ma non per questo meno motivata (poi con noi vedono sempre rosso).

Nel frattempo ho visto che Il Romanista è tornato in edicola, ne approfitterò per pubblicare qualche articolo interessante, e ce ne saranno molti, credo.





Show must go on

4 09 2009

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Volevo scrivere qualcosa di più prolisso, perchè l’evento non è da sottovalutare, ma sinceramente sono rimasto senza parole. L’addio di Spalletti, anche se più volte dal sottoscritto è stato individuato come l’unica soluzione (l’avevo detto la prima volta un anno fa), mi rende malinconico, e soprattutto mi fa cadere dalle nuvole. Diciamo che Spalletti è stato quasi sempre il mio capro espriatorio, perchè, soprattutto l’anno scorso, per colpa della sua testardaggine abbiamo perso troppi punti ad inizio stagione, e per la fiducia incondizionata che riponeva in alcuni calciatori che, ormai, hanno dato il meglio di loro (vedi Taddei, Tonetto, Cassetti…) però non mi sono mai soffermato ad immaginare una Roma senza Spalletti. Anzi, ho sempre sognato di rivedere la Roma di Spalletti, quella ch giocava come il Brasile del ‘70, quella che con una decina di tocchi di prima portava davanti al portiere chiunque. Solo l’1 Settembre ci siamo accorti che quella Roma ormai è un’utopia, che adesso c’è bisogno di risultati, di sangue e sudore. Lo spettacolo non serve più, serve prendere meno gol e farne di più degli avversari, anche uno solo in più. Serve organizzazione difensiva, perchè tanto là davanti sono tutti bravi e fantasiosi.

In questo senso Ranieri era la miglior scelta che si potesse fare. Oltre al fatto di essere Romano, romanista, testaccino, ha pure tanta esperienza, e non è la prima volta che è chiamato per far miracoli (nel 2008 gli si chiese di portare la Juve in UEFA, la  portò in Champions).

E’ ovvio che parlare adesso è facile, ma credo, e spero, che con Ranieri potremmo completare questa stagione in maniera dignitosa, per poi aspettare che finalmente qualcuno ci porti via Rosella. Ormai è ora di cambiare aria, e pure in fretta.

Adesso, più che mai, riguardo i gol e i filmati di Lione, di Madrid, di Milano…e mi viene una certa tristezza, pensando che non rivedrò più quel capoccione seduto sulla nostra panchina. M’ero abituato alla sua calma piatta, alle sue figure retoriche, alla sua correttezza, che ha ancora una volta spiattellato in faccia alla dirigenza, lasciando i suoi soldi (tanti) sul tavolo. Capello se ne andò di notte, portandosi via qualche Giuda in più, e non ebbe neanche il buon senso di dire grazie, a una città che lo aveva voluto bene, quasi adorato. Spalletti ha fatto l’opposto. E’ sceso lui dall’auto per dire ai giornalisti che se ne sarebbe andato, nessun “portavoce”, nessun procuratore. Solo la sua sincerità. Resterà per sempre un esempio da seguire per chi, verrà a Roma ad allenare, e per chi vorrà imparare a fare l’allenatore, ma ancor prima, ad essere uomo.

Grazie Luciano, meritavi di più, dalla società, dai giocatori, da noi tifosi. Vai a vincere quello che meriti, ovunque, io tiferò per te.

PS: …adesso che il capro espriatorio se n’è andato la soluzione è una sola: S U D O R E. Spero che le 11 signorine in mini-gonna lo capiscano adesso, che non c’è più tempo per raschiare il fondo.





In ginocchio da te

22 08 2009

Kosiceroma

Sinceramente quest’anno pensavo di evitare di scrivere altri articoli di delusione, pessimismo sul futuro, critiche e liste infinite di cose da rivedere, scartare o (peggio ancora) evitare in maniera drastica, accompagnati dalle solite facce deluse, che guardano in basso, e invece devo ricredermi, forse abituarmi a un’altra Via Crucis infinita.

Sia ben chiaro, 3 gol in trasferta sono tanti e importanti, ma c’avrei messo la firma per un 3 a 3 in Inghilterra, in Germania, in Spagna…ma in Slovacchia, contro una squadra che lotta per non retrocedere no, non è accettabile. E sia chiara un’altra cosa, non ho intenzione di rielencare quali sono le cause, quali i motivi, di un pareggio ridicolo, visto che sono sempre gli stessi da più di due anni. La nostra organizzazione difensiva in pratica non esiste, creiamo tantissimo in attacco ma segnamo poco, abbiamo almeno 4/5 infortunati importanti a partita, e siamo senza alternative…e chi più ne ha, più ne metta.

In campo è andata la solita squadra senza testa e senza voglia, abbiamo preso il solito gol a inizio partita, gol che impedisce a correre di più e a stancarsi di più per agguantare un pareggio. Poi, inevitabilmente, a 20 minuti dalla fine, calo fisico e mentale si impadroniscono della squadra, e il collasso è totale. Il collasso porta ad essere nervosi, a prendere cartellini, che poi diventano pesanti, sommati alle assenze (ormai perenni) per infortuni. Il canovaccio è sempre quello, peccato che con un pò di  attenzione in più, soprattutto ad inizio partita, la trama si potrebbe riscrivere.

Le note positive sono sempre quelle…De Rossi e Pizarro ai soliti grandi livelli, Il Capitano segna (ma non è al massimo, avrebbe dovuto saltare questa trasferta se magari Okaka e Vucinic non si fossero misteriosamente infortunati prima, di Baptista ormai non parlo più). C’è qualche piacevole novità, come un Menez finalmente redivivo, e un ottimo Alessio Cerci, nella speranza che non verrà ceduto a qualche squadra di medio-basso livello che poi, puntualmente, ci farà perdere 4 punti a campionato (vedi Siena e Livorno).

La delusione però è, più che cocente, bollente. Domani si va a giocare a Genova contro un Genoa in grande forma, seppur con qualche defezione importante. Sappiamo benissimo cosa vuol dire andare a giocare a Marassi (sia a livello arbitrale che a livello ambientale) ed andarci con una difesa colabrodo e un attacco stitico non è proprio il massimo.

A questo punto ci si affida alla dea bendata, ma forse anche lei sarà infortunata, o squalificata.





Chi di speranza campa…

19 08 2009
Francesco Totti attorniato dai giornalisti

Francesco Totti attorniato dai giornalisti

A un anno dalla morte del presidente Sensi, e a un giorno da un’altra, ennesima, partita decisiva (e siamo a metà Agosto) mi è sembrato opportuno ritornare a scrivere qualcosa sulla Roma, visto che non parlo dal giorno della cessione di Aquilani. In realtà da quel giorno non è cambiato niente, e se, qualche tempo fa la cosa era positiva, adesso diventa non solo negativa, ma anche frustrante. Mancano meno di due settimane alla fine del calciomercato, addirittura 4 giorni all’inizio del campionato, e dei nuovi rinforzi non vi è traccia.

A parte Guberti, quello che serviva veramente a questa Roma, per essere quanto meno competitiva in Campionato, non è arrivato. Nessuna prima punta, nessun difensore. Andremo a Genova, alla prima di campionato, con Andreolli e Cassetti (o peggio, Riise) come centrali, a giocare con una squadra molto offensiva. E’ incredibile come, ancor prima di cominciare, ci troviamo già in emergenza. Di Juan ormai si sono perse le tracce, e non si capisce come faccia a star sempre bene quando gioca con il Brasile, e, una volta messo piede a Roma, soffrire di tutti gli infortuni possibili ed immaginabili.

Credetemi, ho cercato in tutti i modi di allontanare il pessimismo dal mio pensiero, di conseguenza da questo blog, ma non ce la faccio a non notare le nuvole nere. La società si è giustificata prima chiedendo tempo e adesso, che di tempo non ce n’è, si giustifica con la crisi che sta colpendo il calcio mondiale…come a dire “Piove, governo ladro!”. Ma non è con le giustificazioni che si costruisce una squadra, e si convincono i tifosi. Pradè ha perso diverse occasioni, da Cruz a Lugano, per acquistare dei buoni giocatori a parametro zero, ma non si è mosso (o non lo si è fatto muovere…). L’unico movimento in uscita è stato quello, doloroso, di Aquilani. Pensavo che i soldi del Liverpool potessero bastare per fare una mini-campagna acquisti, ma a quanto pare c’è bisogno di un’altra cessione. Il che vuol dire che se prenderemo qualcuno, lo prenderemo alla fine del mercato, quindi senza preparazione, senza margine di tempo per fare ambientare il nuovo acquisto. Ergo, prepariamoci ai replay di Riise, Menez e Baptista, che hanno avuto bisogno di un paio di mesi per cominciare a capire il sistema di gioco…e tutti ci ricordiamo com’è andato il nostro campionato, all’inizio.

Sinceramente pensavo che dagli errori precedenti si potesse imparare qualcosa, e invece siamo costretti a rivivere le stesse situazioni, gli stessi dubbi.

La Roma è sbarcata oggi in Slovacchia, a Kosice, portando con se dall’Italia milioni di dubbi, e neanche una vittoria con i modesti avversari, può cancellarli. Bisognerà aspettare il 31 Agosto per capire se il gioco si sbloccherà, se si farà la prima mossa. Nel frattempo ci saranno Genoa e Juventus di mezzo. I primi 6 punti da conquistare, i primi due scontri diretti da giocare con una squadra che non conosce il proprio presente, figuriamoci il futuro.

Mi dicono sempre che la speranza è l’ultima a morire.





All you need is love

9 08 2009
Alberto saluta, a Fiumicino.

Alberto saluta, a Fiumicino.

Immagino che in questo momento Alberto Aquilani sia in volo per l’Inghilterra, piangendo da un occhio per quello che lascia a Roma, gioiendo dall’altro per quello che va a trovare nella città dei Beatles.

C’è una canzone dei cantanti di Abbey Road, la più bella a mio parere, che si intitola “All you need is love“, per gli ignoranti, “tutto ciò di cui hai bisogno è amore“, un concetto che ultimamente va a cocciare con gli stereotipi del calcio di oggi, dei vari Perez (c’è la sua mano anche nell’addio di Alberto, seppur involontariamente), Raiola e Ibrahimovic.
Eppure non mi sento di condannare Alberto, di metterlo alla pari con i signori sunominati.

Ecco perchè continuo ad immaginare che, mentre sto qui a scrivere, a tagliare e ricucire parole, Alberto Aquilani passeggiando per Liverpool avrà ancora negli occhio il Cupolone, il Colosseo e Piazza di Spagna, e mi piace anche immaginare che entrando ad Anfield Road avrà ancora l’Olimpico negli occhi, e che al posto dei “Come on, Alberto!” della Kop sentirà ancora i “Daje Albè!” della Curva Sud.

Che poi i 20 milioni inglesi ci facciano comodo, che Alberto non è poi il fenomeno che si dipinge, che è meglio venderlo agli inglesi che non ai milanesi, sinceramente non m’importa.
Aquilani non è mai stato Totti, nè De Rossi, cioè non è mai stato una bandiera insostituibile, uno di quei giocatori che adori fin da bambino, anzi è stato proprio Daniele a dare la giusta definizione dell’amico: “un campione del quale ci siamo dimenticati“. Alberto è un figlio di Roma, per questo quando ho letto del suo addio non sono andato a prendere la calcolatrice per fare i conti…due più due fa quattro, e l’amore è eterno…finchè dura.

There’s nothing you can do that can’t be done
There’s nothing you can make that can’t be mad
e”

…dicono i Beatles, i romani invece dicono: “Daje Albè, spacca tutto“, sono sicuro che Alberto, mentre indosserà per la prima volta quella maglia rossa, ma non GIALLOrossa lo dirà a se stesso: “Daje Albè, spacca tutto“.





Tamara

5 08 2009
La rabbia del Capitano

La rabbia del Capitano

Negli occhi di quel ragazzo di colore che aveva portato il Gand in vantaggio (mi perdoni, ma il nome proprio non lo ricordo) per un attimo abbiamo visto l’incredulità del Davide della situazione che batte il Golia della situazione.
Sopratutto abbiamo rivisto i fantasmi di Cluj, quando Culio decise finalmente di attuare in pratica quello che in teoria è il suo nome senza “i”, rendendo quella notte di fine Settempre un incubo horror che staremo attenti a (non) narrare ai nostri nipotini
La paura era quella di rendere persino queste stupende giornate d’estate buie ed incerte. I gol di Mexes, Totti e Vucinic hanno contribuito quantomeno a renderle meno buie, ma l’incertezza ormai a Trigoria, è di casa.
Ho notato comunque nei ragazzi una voglia di lottare, una grinta, che sembrava ormai persa. Quel “non mollare mai” che è un pò il credo dei nostri cugini ma che da sempre è stato anche nostro (forse per i laziali è riferito a qualcos’altro da “non mollare”, boh, chi vivrà vedrà…).
Mi è piaciuto molto Guberti, nome da italiano, movenze alla Quaresma (vecchi tempi), lo spirito di sacrificio del nostro Capitano, che sembra aver allontanato i problemi fisici, ma non i marcatori a uomo, che probabilmente lo seguiranno fino al 2014, colpevoli: il uso nome, e i suoi numeri (adesso 221 gol).
Ma quello che ho amato di più, di questa prima notte d’Europa League, è stato il pubblico.
In 40.000 con 35 gradi a dannarsi e a soffrire per la maglia. La gente aveva tanta voglia di Roma, di chiudere i giornali e di spegnere le TV, da mesi monopolizzati da Ibrahimovic e Kakà, e di andare allo stadio a cantare a squarciagola l’inno di Antonello Venditti.
Per chiudere, quando è entrato Vucinic in molti avranno pensato che fosse l’ultima volta di Mirko con la maglia sangueoro. Quando ha segnato, esultando ha indiciato la scritta sullo scarpino. Le super-tecnologiche telecamere Mediaset però, non hanno sciolto il dubbio.
L’unica lettera leggibile era la “T”.
“T di Tottenham, la sua prossima destinazione”, era il titolo già pronto per i giornali, poi lo stesso Mirko, ridendo, ha spiegato che era la T di Tamara, sua sorella.

A volte, smentire, è meraviglioso.

PS: E’ probabile che pubblichi questo articolo qualche ora prima della sfida di ritorno. Solo ora ho potuto collegarmi, pardon.





La favoletta

22 07 2009

Devo dire che ultimamente non c’è molto da scrivere per noi romanisti che ci mettiamo di tanto in tanto alla tastiera. Nella calma piatta che sta caratterizzando questa estate calcistica si divertono solo due categorie: i tifosi del Real Madrid, e quelli che di mattina se svegliano con un nome in testa, accendono il pc e lo accoppiano con la prima squadra che gli viene in mente, aggiungendo pure qualche espressione tipica come “secondo fonti molto vicine”, “per fare cassa” ecc. ecc.

Il lavoro è semplice, e molto meno dispendioso. Ti viene in mente Vucinic, oggi ci metti vicino il Chelsea, domani l’Arsenal, dopodomani il Milan. Io però, che sò salmone, e me piace annà controcorrente, oggi ho voglia di scrivere una storia, che ultimamente piace tanto raccontare a chi di calcio ne capisce, almeno teoricamente.

C’era una volta una squadra che nasceva per contrastare il gelido vento del Nord, nasceva a Roma, la città eterna, e non poteva che prendere i colori della urbe. Il rosso sangue e il giallo oro. Questa squadra ci mise anni per emergere, per diventare importante nel calcio italiano ed internazionale, e non con poche difficoltà, visti gli inciuci che nel frattempo si consumavano a Milano e Torino.

Finita la prima era degli inciuci (perché quelli, nun se finiranno mai) questa squadra, che per comodità chiameremo AS Roma, comincerà appena a farsi notare, a livello anche internazionale, portando i colori dell’Italia in giro per l’Europa.

Mentre l’Inter, con i petrol-EURI del padron Moratti, ha 1 solo giocatore nell’Italia Campione del Mondo, la squadretta giallorossa ne ha 3.

Mentre l’Inter accumula scazzottate da Far West in stile Valencia, figure demmerda, come i pareggi con l’Anorthosis (chi?), le sconfitte con il Panathinaikos, il Werder Brema, il Fenerbahce, la Rometta trionfa a Lione, contro i campioni di Francia, al Bernabeu contro i campioni di Spagna, contro il Chelsea (che fattura il quadruplo della stessa Roma annualmente), contro il Valencia, e anche quando, la figura demmerda la fa, in Inghilterra, in uno stadio di 70.000 spettatori si sente solo una canzone, che dice “…unico grande amore, de tanta e tanta gente, che fai sospirà”.

Ma tutto questo non basta, perché anche se fuori dall’Italia, la Rometta viene vista come un modello da seguire (com’è che da quando l’ha tirato fuori Spalletti, mò state tutti con il 4-2-3-1?), in Italia non ha senso. Così, nell’anno domini 2008, per volere dell’altissimo signore, lo scudetto va all’Inter, trascinata da una grande squadra, comprendente (tra gli altri) Rosetti, Farina, Rizzoli e Orsato. Da quel momento in poi, la Rometta non si riprende più, e la tiranna, figlia del tiranno, che comanda a Roma, la porta alla rovina, vendendo tutti i pezzi migliori, Vucinic, Aquilani, De Rossi, Brighi, Juan, Mexes, e fregandosi tutti i soldi, tenendoli per se. Così…mentre la Roma affonda nei meandri della Serie C, o forse della Serie D, si aspetta il grande eroe, il messia vestito di azzurro (uhm…celestino chiaro chiaro forse?), con il nome da barbaro (VINICIO) e la cravatta da avvocato.

Questa è la storia che vogliono raccontarci, che vogliono raccontare ai loro nipotini, che vogliono rendere vera, e che gran parte del popolo giallorosso sta “adottando” (involontariamente o no). Ma non è la vera storia, la storia della Roma, che poi è la NOSTRA storia, dice che 82 anni fa non nasceva una squadra di calcio, nasceva un amore, un’amica, una sorella, una mamma, una nonna, che non ci lascerà mai…e mentre leggo i giornali, che buttano chili di pessimismo sul nostro futuro, mi viene in mente una cosa. Che in fondo, noi non abbiamo ancora venduto nessuno, e se proprio, questa cessione eccellente ci sarà, non sarà la prima e neanche l’ultima. Perché i nostri colori, la nostra fede, non si quota in borsa, non è in mano a nessuna banca, non ha un procuratore, e soprattutto NON SI VENDE.

Auguri Roma, unico grande amore.





Il bivio

28 06 2009
Una delle scritte apparse oggi a Trigoria

Una delle scritte apparse oggi a Trigoria

Sembrano passati pochi giorni dall’ultima partita della stagione 2008/09, vinta con il Torino, eppure, domani la nostra Roma si radunerà di nuovo a Trigoria, per poi partire ad inizio Luglio, per cominciare il ritiro di Riscone di Brunico. Tutti ci aspettavamo l’arrivo di questo benedetto Fioranelli, ma la cessione della società sta prendendo sempre di più le sembianze di una Spy story degna di Hollywood, quindi, sorprese a parte, se entro fine settimana Fioranelli non presenterà le famose garanzie allora rimarrà la vecchia proprietà, oppure Unicredit cercherà un’altra anima in pena pronta a rilevare il pacchetto azionario A.S. Roma.

Comunque sia, la mia speranza è quella di avere le idee chiare entro l’inizio di Luglio. Sensi o Fioranelli (o chi per lui) dovranno prendere il potere subito, per avviare un progetto bel calibrato. Non riesco ad immaginare cosa succederebbe se il nuovo presidente arrivasse a fine mercato, con una squadra allenata in un certo modo, e cominciasse a comprare calciatori come figurine senza far caso alle necessità tecniche e tattiche.

Domani quindi si presenterà più o meno la stessa squadra che è arrivata sesta l’anno scorso, con molti giovani in più (fra ritorni dai prestiti, comproprietà e primavera) e un vecchietto in meno, ovvero Christian Panucci, che dopo 8 anni di gloria (e grinta) ha lasciato la capitale per divergenze con la società riguardo al rinnovo del contratto e, anche se lui non lo ammetterà mai, per litigi con il tecnico. Mi dispiace per Christian, ma non può pretendere alla sua età un contratto molto oneroso, e neanche un posto da titolare fisso. Per un Panucci che se ne va, c’è un Guberti che arriva.

L’ex esterno del Bari è stato preso a parametro zero, e dovrebbere essere il sostituto di Taddei sulla sinistra, Rodrigo sembra infatti in piede di partenza, ma il condizionale è comunque d’obbligo. E’ d’obbligo estendere l’odiata voce verbale in realtà, a tutto il calciomercato della Magica. Di sicuro c’è poco, sicuramente si farà di tutto per trattenere i migliori giocatori, ma l’acquisto di un buon attaccante dovrà per forza passare da una cessione eccellente. Se la Roma dovesse rimanere in mano ai Sensi, allora si dovrà necessariamente puntare sui giovani.

Guardando bene l’Europeo Under 21 abbiamo avuto una conferma, che si chiama Marco Motta, che sarà una certezza per il futuro giallorosso, ed una piacevole sorpresa, cioè Marco Andreolli, che a differenza del capitano dell’Under 21 però è un grosso punto interrogativo.

Sicuramente sarà presente al raduno di domani, al pari di Cerci, Okaka, Rosi e dei tanti promettenti giovani che (grazie a Dio) ci ritroviamo in rosa. Il problema è che le voci di un suo inserimento in trattative come contropartita tecnica si fanno sempre più insistenti. Andreolli ha voglia di giocare di più, e soprattutto di giocarsi il posto in una grande squadra, la Roma a mio parere può dargli questa opportunità, sarebbe davvero inutile continuare a fargli girare Italia in prestito, si commetterebbe lo stesso errore commesso con Pepe, D’Agostino e Galloppa. Più il giocatore si allontana, meno sente la fiducia della società, più ha voglia di andarsene defenitivamente. Quindi, io direi che si dovrebbe partire prima dal confermare questi ragazzi, dando loro fiducia, e non scaricandoli di qua e di là, per poi andarsi a complicare la vita cercando dei rinforzi nel mercato estero, a prezzo più alto e con rendimento e voglia decisamente minore.
Non sono il primo che fa questo discorso, non sarò neanche l’ultimo sicuramente, ma io non mi stancherò mai di ripetere che la rinascita deve partire dai giovani, possibilmente italiani. E visto che le grandi (?) a strisce verticali non lo capiscono, continuando a preferire i vari Diego, Milito e Dzeko ai Giovinco, Balotelli e Paloschi mi piacerebbe che segua questa strada la nostra Roma (desiderio, credo, irrealizzato ed irrealizzable).

Nel frattempo però c’è bisogno di chiarezza. Le scritte apparse oggi sui muri di Trigoria ci fanno capire come la maggior parte dei Romanisti sia orientata ad un cambiamento, veloce e repentino, va bene chiunque purchè se ne vada via la Sensi, va bene chiunque purchè porti i soldi e cominci a sbandierare i grandi nomi da Playstation. Chi non li vorrebbe, per carità, ma la verità è ben diversa. Per avere un nuovo proprietario si dovrà aspettare, e non è del tutto assicurato che questo arrivi, perciò sarebbe più giusto evitare queste contestazioni velleitarie e ritornare da domani a sostenere la squadra reale, e non quella videoludica che è solo un’illusione.

Aspettando, quindi, novità sul piano societario finalmente è arrivato l’inizio di questa nuova stagione, sperando che cancelli quell’incubo che è appena passato.

NB: questo articolo è stato pubblicato anche su Corederoma.it, uno dei migliori portali romanisti sul web. Ecco il link.





Il ritorno delle mummie

24 06 2009
Desolazione

Desolazione

Nell’ambaradan Roma che non fa altro che  aumentare la mia emicrania torno alla tastiera per parlare dell’ultima avventura della nazionale Italiana in Sudafrica.

Si può benissimo riassumere la Confederation Cup della nostra nazionale in un articolo, o per lo meno io non vedo alcuna differenza tra le vari prestazioni, Stati Uniti compresi.

Squadra svogliata, senza testa, senza un cardine. Le motivazioni, è vero, erano poche, per molti giocatori che avevano sulle gambe 40 partite, e che avrebbero preferito essere in vacanza, però prendere 3 pappine dal Brasile non è mai bello, soprattutto se ti chiami Italia e 3 anni fa i brasiliani ti guardavano in Tv mentre alzavi la Coppa del Mondo.

Comunque, i giornali (e i giornalisti) hanno, come di consueto, aperto la caccia al colpevole. Inutile dire che per me di colpevole ce n’è solo uno, si chiama Marcello Lippi. Chi ha avuto la pazienza di leggermi in questi 3 anni, è consapevole del fatto che il ct della nazionale non mi sta proprio a genio (soprattutto per il passato bianconero), però questa volta non si possono trovare attenuanti. Cosa che invece stanno cercando di fare tutti i qualificatissimi giornalisti sportivi del bel paese.

Donadoni l’anno scorso è stato l’agnello sacrificale per un Europeo definito disastroso. Io di disastroso non c’ho visto proprio nulla, considerato che Donadoni si è qualificato in un girone con Olanda, Francia e Romania ed ha perso solo ai rigori solo con la squadra più forte del mondo, la Spagna, che continua non sono a non perdere, ma anche a vincere, da ormai 2 anni.

Lippi non è riuscito neanche a segnare un gol in più con due squadre di medio-basso livello come Stati Uniti ed Egitto, ed è stato umiliato dai nostri rivali storici.

Non sto chiedendo le dimissioni di Lippi, per carità, so benissimo che in federazione non avrebbero le palle per farlo, ed aspetteranno solo che se ne andrà di nuovo lui, però, sarebbe giusto che la stessa pressione che ha portato Donadoni ad essere esonerato venga esercitata sul ct di Viareggio. Non possiamo sempre essergli riconoscenti a vita, adesso è ora di criticarlo, e se lui alza la voce in sala stampa, bisognerà rispondergli con il giusto tono, e non come dei gattini che miagolano.

Lippi da ancora fiducia a tanta gente che, non solo non la merita, ma che neanche la desidera. C’è da mettersi le mani ai capelli se andiamo a sommare tutti i gol che i nostri attaccanti hanno segnato nella stagione appena passata:

Toni 18
Gilardino 25
Iaquinta 15
Rossi 15
Pepe 7
Quagliarella 21

Totale: 101 gol

Totale dei gol segnati in Confederation Cup: 3

Dei quali due segnati da Rossi, e uno dal nostro Danielino…insomma, da 6 uomini che hanno segnato 101 gol in un anno c’è da aspettarsi forse qualcosa in più di due gol. Non possiamo sempre aggrapparci alle punizioni di Pirlo, ai tiri da fuori dei vari De Rossi e Montolivo, nè alle poche sortite offensive di Cannavaro e Chiellini.

Il massacro che adesso si sta effettuando nei confronti dei vari senatori non è giusto. Non si possono mettere in discussione le prestazioni di Cannavaro, più che altro c’è da chiedersi perchè portarsi Santon e fargli guardare il rettangolo di gioco dalla panchina per lasciare spazio a uno Zambrotta ormai cotto. C’è da chiedersi perchè puntare ancora su Toni e Camoranesi, perfino nella partita decisiva.

La verità è che Lippi è l’emblema del calcio italiano, proprio per questo comanda una nave che sta pian piano affondando. In realtà non è colpa sua, non direttamente, ma la cosa che più da fastidio e che sicuramente lo porterà alla deriva è la presunzione. La sua presunzione, e la presunzione di chi ha voluto così fortemente il suo ritorno. La convinzione che il nostro calcio sia ancora il migliore è un’idiozia, un’utopia ridicola. Gli inglesi sono superiori in tutto e per tutto, gli spagnoli hanno costruito una nazionale imbattibie, i brasiliani sono tornati ad essere i brasiliani…bisogna togliersi la maschera ed accettare la nostra condizione.

Siamo tremendamente indietro, dobbiamo ripartire da zero ed avere pazienza. Nascondersi dietro a un dito è tipico del nostro fare italiano, pensiamo di crearci degli alibi, in realtà siamo presi in giro da mezzo mondo ed andiamo sempre più indietro. Lippi farebbe bene a finirla di crearsi dei pregiudizi, e a convocare Cassano. Manca un vero numero 10 a questa nazionale, da quando Totti se n’è andato, ed Antonio è l’uomo giusto, anche con i suoi (ormai pochi) limiti caratteriali, tanto Lippi (da juventino) sa benissimo che alla resa dei conti l’importante è vincere, con ogni mezzo…quindi proprio lui che di mezzi illeciti ne ha usati tanti per vincere tanti scudetti, dovrebbe chiudere un occhio e portare con sè il genietto di Bari vecchia. Deve saldare i debiti di riconoscenza nei confronti degli ex-campioni del mondo. Gente sopra la trentina non può più competere con gente come Maicon (per fare un nome).

Insomma, potrei continuare per ore ed ore, ma la sostanza è quella: rivoluzione. Sì, non un semplice cambio di modulo, ma uno stravolgimento degli equilibri e delle varie gerarchie che vi sono all’interno del gruppo azzurro. Nessuno deve più sentirsi sicuro del posto, tutti devono guadagnarselo.

…con la speranza (e solo quella credo) che questo mio articolo serva a far riflettere in molti, erano mesi che non scrivevo qualcosa sulla nazionale, non la sento più come prima, soprattutto da quando si è andati in retromarcia riprendendo Lippi, ma di fronte alle stronzate che si sentono in giro ho sentito il dovere di mettermi alla tastiera. Ci si sente per le novità sulla nostra Roma.

Ad maiora.